Sensi di colpa ed eredità emotive del nazionalsocialismo
Autore: Leonard Ludwig
I massacri perpetrati dalle truppe tedesche nell’Italia occupata risalgono ormai a circa 80 anni fa, il tempo di un’intera vita. Che questi tragici eventi siano ancora significativi lo si nota ogni anno durante le cerimonie commemorative. In queste occasioni, i sopravvissuti raccontano le loro difficoltà nel superare le ferite fisiche e psicologiche. Ma non sono solo i sopravvissuti a portare il peso emotivo dei crimini, bensì anche i loro discendenti. Questi raccontano che i crimini violenti non solo gravano sulla vita dei loro genitori, ma anche sulla propria. In posizione diametralmente opposta, e tuttavia inscindibilmente legati a questa sofferenza, si collocano i perpetratori. Il presente articolo analizza in che modo il senso di colpa, la rimozione e le conseguenze emotive sul versante dei perpetratori si siano trasmesse attraverso le generazioni, e quale ruolo abbiano svolto, in questo processo, le narrazioni familiari.
Reticenza, negazione e responsabilità
I perpetratori hanno taciuto il loro coinvolgimento nei crimini di guerra o hanno respinto ogni responsabilità. Coloro che, come Walter Reder, ex comandante della SS-Panzer-Aufklärungs-Abteilung 16 detenuto in Italia, hanno espresso pentimento per i crimini commessi, lo hanno fatto spesso per convenienza. Dai processi intentati contro gli autori dei reati emerge che questi ultimi hanno relativizzato o addirittura negato le proprie responsabilità. Ancora più contrastanti risultano le numerose richieste rivolte al gruppo di ricerca da parte dei discendenti dei soldati di stanza in Italia, relative al coinvolgimento dei propri padri o nonni nei crimini di guerra tedeschi. L'esempio della giornalista berlinese Laura Ewert mostra fino a che punto questo interesse per la propria storia familiare possa spingersi. Suo nonno Wolf Ewert fu tra i principali responsabili della strage di San Polo. Laura Ewert partecipò alla cerimonia commemorativa nel luglio 2024 per riconoscere la colpa del nonno per il massacro avvenuto in quel luogo e per esprimere il suo cordoglio alle vittime e ai loro familiari.
Il trauma e la sua trasmissione – prime evidenze sull'eredità emotiva dell'Olocausto
Il fatto che i gravi crimini violenti abbiano avuto un impatto anche sui figli delle persone direttamente colpite fu già rilevato dallo psichiatra William G. Niederland negli anni Sessanta. Nell'ambito delle perizie mediche per il risarcimento ai sopravvissuti, egli riscontrò un grado di traumatizzazione talmente intenso da definirlo “sindrome del sopravvissuto”. Questa forma di trauma estremo portava i figli dei sopravvissuti a vivere il proprio stato psicologico ed emotivo in continuità con la storia di sofferenza dei genitori. Sebbene il concetto sia stato criticato già negli anni '70, questa diagnosi è stata utile a mettere in luce gli effetti transgenerazionali dell'Olocausto. Nel 1985 lo psicologo israeliano Dan Bar-On estese questo approccio di ricerca ai colpevoli e ai loro discendenti. Attraverso interviste ai figli dei responsabili, egli analizzò in che modo la grave colpa dei padri avesse ripercussioni dirette nella vita dei figli. Nel suo libro "Die Last des Schweigens" ha dimostrato che l'Olocausto ha avuto conseguenze transgenerazionali anche sul versante dei perpetratori, manifestandosi nella psiche dei loro discendenti.
Il nazionalsocialismo nella memoria familiare
In Germania, l'eredità del nazionalsocialismo continua a manifestarsi su più livelli. L’attuale cultura della memoria, finanziata dallo Stato, costituisce quella che viene identificata come Vergangenheitsbewältigung, ovvero l'elaborazione del passato. Essa determina in modo decisivo come vengono ricordati il nazionalsocialismo, la guerra e l'Olocausto. A livello individuale, tuttavia, sono soprattutto le influenze familiari a determinare come vengono conservati i ricordi. I racconti familiari costituiscono la cornice entro cui i discendenti si fanno un'idea del passato. Harald Welzer ha dimostrato nel suo studio “Opa war kein Nazi” (Il nonno non era un nazista) che nelle conversazioni delle famiglie tedesche non ebree vengono raccontate molto spesso storie di eroismo e di sofferenza. I bombardamenti alleati, la fuga e la fame patita negli ultimi anni di guerra sono generalmente considerati le esperienze più significative del periodo. L'approccio di Lutz Rosenkötter contraddice queste narrazioni, evidenziando il persistere di influenze psicologiche legate in particolare a stili educativi volti alla sottomissione del bambino, proseguiti anche dopo il 1945.
Educazione nazionalsocialista - durezza e odio
Dopo il crollo del regime, molte famiglie continuarono ad adottare un’educazione autoritaria. Come deduce la psicoanalista Ilka Quindeau, alcuni genitori cercavano così di attenuare l’offesa che la capitolazione della Germania aveva arrecato al proprio ego. In queste famiglie, caratterizzate da rigidi rapporti di sudditanza, ai figli veniva spesso affidato il compito di proteggere i genitori dai loro latenti sensi di colpa. Attraverso l'atteggiamento autoritario, i genitori contrastavano il proprio senso di insignificanza e assicuravano la propria integrità morale all'interno della famiglia. Per proteggersi dall’autosvalutazione, ideologemi legati all'odio e alla violenza sono stati trasferiti dalla sfera sociale a quella familiare. In questo modo le famiglie diventavano il principale spazio di difesa contro la colpa, a spese dei bambini. Se l'amore dei genitori dipende dalla capacità dei figli di alleviare la loro umiliazione, questi ultimi percepiscono un attacco alla propria persona, associato a paure esistenziali. I bambini tendono ad attribuirsi la colpa della mancanza di amore piuttosto che cercarne la ragione nei genitori. Come osserva Ute Althaus, il bambino cercherà in sé stesso la ragione dei maltrattamenti per mantenere un'immagine positiva e protettiva dei genitori. Questo clima portava a disturbi dell’identità e forti sensi di colpa dovuti all'impossibilità di soddisfare le aspettative genitoriali.
Conseguenze del senso di colpa represso
Il coinvolgimento dei genitori nei crimini nazisti ha lasciato tracce profonde nella vita emotiva dei figli. Per proteggersi da conseguenze legali e sociali, i colpevoli hanno taciuto il proprio coinvolgimento, coltivando invece narrazioni incentrate sul sacrificio e sull'eroismo. Questioni gravi, come la partecipazione ai massacri in Italia, sono rimaste taciute. Ciò ha creato lacune nei racconti che entravano in contrasto con la crescente consapevolezza sociale sugli eventi bellici. Le reazioni emotive dei genitori trasmettevano ai figli l'esistenza di tabù inviolabili. Se infranti, i genitori reagivano incolpando i figli di sospetti ingiusti. Per devozione o paura, molti figli hanno mantenuto il silenzio, pur intuendo inconsciamente che le storie eroiche non corrispondevano alla verità. Alcuni discendenti arrivavano a identificarsi con il ruolo dei genitori come aggressori in scenari di fantasia. Angela Moré spiega che in tali contesti sono spesso i discendenti ad avere la sensazione di essere malvagi o colpevoli. Nascondendo la colpa, i genitori la trasferivano nel mondo emotivo dei figli, manifestandosi in un sentimento diffuso di vergogna nei confronti sia dei genitori che delle vittime.
Effetti ed elaborazione del senso di colpa familiare
L'intensità dei sensi di colpa tramandati varia a seconda del ruolo svolto dai genitori e del loro grado di coinvolgimento, reale o immaginario. I figli spesso adottano gli stessi meccanismi di difesa dei genitori, come l'inversione dei ruoli tra vittima e carnefice o la proiezione all'esterno di parti inaccettabili di sé per proteggere l'immagine familiare. Di conseguenza, le vittime del nazionalsocialismo potevano diventare nuovamente bersaglio di odio e aggressività.
Una parte della seconda generazione ha invece adottato un approccio opposto, riconoscendo la colpa genitoriale e prendendone le distanze. Denunciando le continuità fasciste nella Repubblica Federale, cercavano una posizione di superiorità morale, sebbene liberarsi davvero dal fardello del passato rimanesse difficile. In alcuni casi, questo portava a un'identificazione emotiva con le vittime ebree, sfociando talvolta in un'idealizzazione filosemita priva di valore critico.
Generazioni in bilico: tra elaborazione e rifiuto
Gran parte della società tedesca appartiene oggi alla terza o quarta generazione dopo il nazionalsocialismo. Nonostante il passare del tempo, nipoti e pronipoti sono ancora coinvolti nei processi familiari di negazione. Spesso è difficile associare i propri affettuosi nonni alle atrocità del passato, portando a mantenere narrazioni che alleviano il carico psicologico per non minare la pace familiare. Tuttavia, molti membri di queste generazioni trovano il coraggio di indagare le storie taciute che esercitano l’effetto intergenerazionale più forte. Questi confronti nascono spesso da sensi di colpa latenti che le persone inizialmente faticano a comprendere.
Conclusione
Il nazionalsocialismo e il suo fallimento hanno lasciato tracce profonde nelle generazioni tedesche dal 1945 a oggi. L’assenza di un’elaborazione consapevole della storia familiare può portare a risentimento e rifiuto. Anche quando l'analisi avviene, può essere interrotta da nuove reazioni difensive. Quando la colpa non viene ammessa, viene spesso trasferita sui figli, usati come schermo di proiezione per la propria inadeguatezza. Invece dell'amore, i bambini percepivano durezza e interiorizzavano l'aggressione genitoriale, con il rischio di sviluppare a loro volta una propensione alla violenza. È possibile uscire da questo circolo vizioso solo attraverso un'analisi consapevole dell'identificazione con i genitori e una riflessione critica sul loro ruolo storico. Elaborare questi legami significa non solo liberarsi dall'angoscia, ma anche da eredità emotive come il risentimento e l’atteggiamento distruttivo.
Bibliografia
Ute Althaus, Umgang mit Nationalsozialismus in den Familien und seine transgenerationalen Wirkungen und Folgen, in: Marina Chernivsky, Jana Scheuring (a cura di), Gefühlserbschaften im Umbruch, Frankfurt a.M., 2016.
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Marina Chernivsky, Biografisch geprägte Perspektiven auf Antisemitismus, in: Meron Mendel, Astrid Messerschmidt (a cura di), Fragiler Konsens, Bonn, Campus, 2018.
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William G. Niederland, Folgen der Verfolgung: Das Überlebenden-Syndrom, Seelenmord, Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1980.
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Harald Welzer, Sabine Moller, Karoline Tschugnall, „Opa war kein Nazi“: Nationalsozialismus und Holocaust im Familiengedächtnis, Frankfurt a.M., S. Fischer Verlag, 2002.