Schwarz-Weiß Photografie. Zwei Männer vor dem Eingang des Document Centers in Berlin. Die Einrichtung diente seit den Nürnberger Prozessen als zentrale Sammelstelle für Unterlagen und Hinweise zu möglichen NS-Tätern und blieb bis 1994 unter US-amerikanischer Verwaltung in Betrieb.
Due uomini ritratti davanti all’ingresso del Document Center di Berlino. L’istituzione servì, a partire dai processi di Norimberga, come centro di raccolta di documenti e segnalazioni relative a persone sospette di aver partecipato ai crimini del nazismo e rimase in funzione sotto amministrazione statunitense fino al 1994. © Bundesarchiv, Bild 183-M1129-300 / fot. Donath

NS-Täterforschung

Autore: Aiko Hillen

Prospettive, problemi e risultati della ricerca

La Täterforschung (ovvero la ricerca sui perpetratori dei crimini del nazismo) si è sviluppata a partire dagli anni Novanta del secolo scorso come campo autonomo all’interno degli studi sul nazionalsocialismo e sull’Olocausto, contribuendo in modo significativo a una comprensione più approfondita dei crimini della violenza nazionalsocialista. Il dibattito si concentra su come e perché le persone abbiano partecipato alla persecuzione, alla deportazione e allo sterminio di massa. Viene analizzata, in particolare, l’interazione tra ideologia, organizzazione burocratica, dinamiche sociali e margini di azione individuali.

Oggetto di indagine non sono soltanto i funzionari di vertice del regime nazista, ma anche i membri dei ranghi inferiori della polizia, dell’amministrazione, della Wehrmacht e delle SS, così come i componenti dei gruppi collaborazionisti nei territori occupati. Tra le motivazioni individuabili figurano convinzioni ideologiche, vantaggi personali, pressione sociale e conformismo. La violenza organizzata dallo Stato e quella motivata da iniziative individuali risultano spesso strettamente interconnesse e si rafforzano a vicenda.

I temi centrali includono i processi di socializzazione politica e sociale, la normalizzazione della violenza, l’antisemitismo, la costruzione del nemico, le dinamiche di escalation legate alla guerra e i processi decisionali individuali. A ciò si aggiunge l’interesse per le modalità con cui, dopo il 1945, i perpetratori hanno ricordato, rimosso o giustificato le proprie azioni, nonché per i loro percorsi di reintegrazione nella società del dopoguerra.

La Täterforschung deve affrontare rilevanti sfide metodologiche. Le fonti disponibili sono spesso limitate o caratterizzate da forti distorsioni. Molte conclusioni si basano su dichiarazioni contenute in fascicoli investigativi redatti in determinate circostanze politiche o personali. Spesso mancano fonti come lettere o diari, in particolare per i perpetratori di rango inferiore e per le donne. La ricerca si fonda pertanto in larga misura su testimonianze indirette o frammentarie.

Nonostante permangano alcune questioni aperte, la Täterforschung ha contribuito in modo decisivo a superare stereotipi che ritenevano gli autori dei crimini personaggi ai margini della società o “mostri”. Essa mostra, invece, come la violenza nazionalsocialista sia stata sostenuta da un ampio numero di individui pienamente integrati nella società. I loro percorsi di vita, i loro atteggiamenti e i loro margini di azione risultano comprensibili solo attraverso un’analisi approfondita. La combinazione di approcci storici, sociali e psicologici apre nuove prospettive sulle condizioni e sulle dinamiche della violenza di massa.

Scaffali lunghi metri con fascicoli di atti di procedimenti giudiziari relativi ai crimini nazionalsocialisti, raccolti a partire dal 1958 dalla Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen di Ludwigsburg e conservati presso il Bundesarchiv come fondo B 162. © Zentrale Stelle

Fasi di sviluppo della Täterforschung

All’inizio degli anni Duemila, lo storico Gerhard Paul ha delineato una panoramica dello stato della Täterforschung, distinguendo cinque fasi nello sviluppo di tale ambito di ricerca.

Nella prima fase, fino all’inizio degli anni Sessanta, prevalse una tendenza alla presa di distanza attraverso la criminalizzazione e la demonizzazione. I processi di Norimberga identificarono nelle SS e nella Gestapo i principali responsabili, mentre i singoli perpetratori vennero presentati come figure anomale e la società tedesca nel suo complesso fu in larga misura scagionata. Si consolidò così il mito di un apparato di potere rigidamente strutturato e di un sistema di terrore totalitario. Questa narrazione fu ulteriormente rafforzata dagli Alleati, che ridussero la complessità delle strutture del nazionalsocialismo a schemi semplificati, funzionali all’inquadramento giuridico della partecipazione individuale al regime.

«The lessons no one drew» (“Le lezioni che nessuno trasse”) è il titolo dedicato alla copertura del processo Eichmann da parte di Hannah Arendt. La prima pagina dell’Observer dell’8 settembre 1963, con una silhouette stilizzata di Adolf Eichmann. © Library of Congress, Washington, D.C., Papers of Hannah Arendt (MSS 11056)

La seconda fase, dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, produsse l’immagine del perpetratore come burocrate tecnocratico, la cui responsabilità veniva ricondotta prevalentemente a vincoli strutturali. In questo contesto, l’analisi del processo Eichmann di Hannah Arendt contribuì in modo decisivo alla diffusione della figura del “burocrate assassino” (Schreibtischtäter) privo di coinvolgimento emotivo. Raul Hilberg, pioniere della ricerca sull’Olocausto, si oppose a questa interpretazione, sottolineando che molti funzionari nazionalsocialisti non si limitavano a eseguire ordini, ma promuovevano attivamente lo sterminio. Le esperienze personali di persecuzione subite da entrambi influenzarono in modo significativo le loro prospettive analitiche.

Secondo Frank Bajohr, uno dei più influenti esponenti della Täterforschung nella Repubblica Federale Tedesca, fino agli anni Ottanta l’Olocausto fu più spesso interpretato che analizzato in modo sistematico. In questa terza fase, il dibattito tra intenzionalisti e funzionalisti occupò una posizione centrale. Mentre i primi sostenevano l’esistenza di un piano di sterminio concepito da Hitler fin dall’inizio, i secondi evidenziarono il carattere caotico e la radicalizzazione progressiva della politica nazionalsocialista. Storici come Martin Broszat e Hans Mommsen richiamarono l’attenzione sull’esistenza di centri di potere concorrenti al di là della leadership hitleriana, contribuendo a una prospettiva storico-sociale del regime. Nonostante l’assenza di un ordine diretto del Führer, rimane valido il principio secondo cui, senza Hitler, l’Olocausto non sarebbe stato possibile.

Con il suo studio su Werner Best — giurista e alto funzionario delle SS, tra i principali dirigenti dell’apparato di sicurezza nazionalsocialista — lo storico Ulrich Herbert analizzò una generazione di perpetratori, segnata dalla prima guerra mondiale, dotata di una formazione accademica e socializzata in ambienti nazionalisti. Dopo il 1933, molti di questi uomini raggiunsero posizioni chiave all’interno del Reichssicherheitshauptamt (RSHA). Secondo Herbert, il loro comportamento derivava dall’interazione tra ideologia, azione istituzionale e dinamiche situazionali. In qualità di direttore del Centro di ricerca di Amburgo sulla storia del nazionalsocialismo, Herbert influenzò anche Michael Wildt, che ampliò questa prospettiva con la sua analisi della Generation des Unbedingten, ossia una generazione caratterizzata da un’adesione assoluta ai principi del regime, mettendo in evidenza la determinazione ideologica di questi funzionari.

A partire dagli anni Novanta, ebbe inizio la quarta fase della Täterforschung, caratterizzata da un ampliamento del discorso a partire da fattori sociali, culturali e biografici. L’attenzione si spostò sulla questione di come individui concreti diventassero perpetratori in specifici contesti di vita e di azione. Questa fase fu segnata in particolare dai lavori di Christopher Browning e Daniel Goldhagen, nonché dal dibattito suscitato dalla mostra sui crimini della Wehrmacht. Inoltre, la fine dell’Unione Sovietica rese possibile un approfondimento dell’occupazione tedesca nell’Europa orientale, grazie all’accesso a nuove fonti e prospettive di ricerca.

L’attuale quinta fase è caratterizzata dal tentativo di integrare gli approcci esistenti. Al centro dell’attenzione vi è l’interazione tra decisioni individuali, processi istituzionali e mentalità collettive.

Bibliografia

Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. Una relazione sulla banalità del male, Milano, Feltrinelli, 2017 [1963].

Frank Bajohr, Täterforschung: Ertrag, Probleme und Perspektiven eines Forschungsansatzes, in Frank Bajohr (a cura di), Der Holocaust. Ergebnisse und nuove Fragen der Forschung, Francoforte sul Meno, Fischer Taschenbuch, 2015, pp. 167-185.

Christopher R. Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e “soluzione finale” in Polonia, Torino, Einaudi, 2022 [1992].

Martin Broszat, The Hitler State. The Foundation and Development of the Internal Structure of the Third Reich, Londra, Longman, 1981 [1969].

Daniel Jonah Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l’Olocausto, Milano, Mondadori, 1997.

Ulrich Herbert, Best. Biographische Studien über Radikalismus, Weltanschauung und Vernunft. 1903-1989, Monaco, C.H. Beck, 2016.

Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa, Torino, Einaudi, 2017.

Thomas Kühne, Massen-Töten. Diskurse und Praktiken der kriegerischen und genozidalen Gewalt im 20. Jahrhundert, in Peter Gleichmann, Thomas Kühne (a cura di), Massenhaftes Töten. Kriege und Genozide im 20. Jahrhundert, Essen, Klartext, 2004, pp. 11-54.

Jürgen Matthäus, Historiography and the Perpetrators of the Holocaust, in Dan Stone (a cura di), The Historiography of the Holocaust, Londra, Palgrave Macmillan, 2004, pp. 197-215.

Hans Mommsen, Von Weimar nach Auschwitz. Zur Geschichte Deutschlands in der Weltkriegsepoche. Ausgewählte Aufsätze, Stoccarda, Deutsche Verlags-Anstalt, 1999.

Gerhard Paul, Von Psychopathen, Technokraten des Terrors und “ganz gewöhnlichen” Deutschen. Die Täter der Shoah im Spiegel der Forschung, in Gerhard Paul (a cura di), Die Täter der Shoah. Fanatische Nationalsozialisten oder ganz normale Deutsche?, 3ª ed., Gottinga, Wallstein, 2008, pp. 13-90.

Claus-Christian W. Szejnmann, Perpetrators of the Holocaust: A Historiography, in Olaf Jensen (a cura di), Ordinary People as Mass Murderers. Perpetrators in Comparative Perspectives, New York, Palgrave Macmillan, 2008, pp. 25-54.

Michael Wildt, Von Apparaten zu Akteuren. Zur Entwicklung der NS-Täterforschung, in Angelika Benz, Marija Vulesica (a cura di), Bewachung und Ausführung. Alltag der Täter in nationalsozialistischen Lagern, Berlino, Metropol, 2011, pp. 11-22.

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