Schwarz-Weiß Photografie. Portraitaufnahme einer Frau. Ein Namenschild hängt um ihren Hals. Auf dem Schild steht der Name "Lächert, Hildegard".
Hildegard Lächert, tristemente nota come sorvegliante in diversi campi di concentramento. Nel campo di Bolzano, dove fu in servizio da gennaio 1945 fino alla liberazione, le fu attribuito il soprannome di “Tigre”. © Wikicommons

La partecipazione femminile ai crimini

Autore: Aiko Hillen

La percezione della responsabilità femminile

Sebbene il nazionalsocialismo fosse fortemente improntato a modelli di mascolinità e il servizio militare rimanesse quasi esclusivamente riservato agli uomini, si pone la questione dei ruoli svolti dalle donne nello Stato nazionalsocialista e del modo in cui esse contribuirono all’affermazione del sistema di dominio e all’attuazione della politica di violenza. Per lungo tempo, la ricerca storica ha trascurato la partecipazione femminile, rappresentando le donne prevalentemente come vittime di un regime patriarcale. Solo a partire dagli anni Ottanta si sono affermate prospettive più articolate, che hanno iniziato a esaminare le diverse funzioni svolte dalle donne all’interno del sistema nazista.

Le ricerche mostrano che le donne non furono soltanto compagne o figure marginali. Molte furono attivamente coinvolte nelle strutture della violenza, ad esempio come sorveglianti, segretarie o personale sanitario nei campi di concentramento e di sterminio. Nei territori orientali occupati, alcune si candidarono autonomamente ad incarichi amministrativi. Anche nell’ambito dei cosiddetti programmi di “eutanasia”, le donne ricoprirono ruoli di responsabilità. Medici, infermiere e impiegate delle strutture amministrative contribuirono alle uccisioni di massa sul piano organizzativo e sul piano pratico. Il loro coinvolgimento si fondava spesso su scelte personali consapevoli. Molte utilizzarono i margini di azione disponibili per esercitare forme di potere all’interno delle strutture istituzionali.

La percezione sociale e giuridica della violenza esercitata da donne fu tuttavia fortemente condizionata da stereotipi di genere. Nei procedimenti giudiziari del dopoguerra, molte imputate si presentarono come vittime di un sistema dominato dagli uomini, minimizzando o negando la propria responsabilità. Parallelamente, singole figure particolarmente brutali, come Ilse Koch, moglie del comandante del campo di concentramento di Buchenwald, furono oggetto di una marcata demonizzazione. Tali casi estremi contribuirono a oscurare il contributo quotidiano e strutturale di numerose altre donne coinvolte nell’apparato di violenza.

La violenza femminile venne spesso interpretata in chiave psicologizzante o sessualizzante, oppure completamente rimossa dalla narrazione storica. L’attribuzione dei ruoli di responsabile o di vittima si basava spesso su concezioni tradizionali di femminilità e maternità, che rendevano difficile riconoscere l’agency femminile nella violenza nazionalsocialista. La studiosa statunitense Susannah Heschel ha sottolineato come, a fronte di una vasta produzione di studi sulla mascolinità e sulla violenza, manchino ancora in larga misura ricerche comparabili dedicate al rapporto tra femminilità e violenza.

Le donne responsabili nell’analisi storica

© Hamburger Edition, Amburgo, 1997

Anche nella storiografia, la partecipazione femminile alla violenza nazionalsocialista è stata a lungo trascurata. Le indicazioni contenute nei fascicoli investigativi o nelle prime analisi del giurista Herbert Jäger furono considerate solo in misura marginale. Furono storiche come Claudia Koonz, Gisela Bock, Angelika Ebbinghaus e Gudrun Schwarz a rendere la responsabilità femminile un oggetto esplicito di ricerca. Sulla base dei documenti processuali, Ebbinghaus mostrò in particolare come molte donne abbiano cercato di relativizzare il proprio coinvolgimento, ricorrendo a strategie difensive quali la rimozione, la minimizzazione o l’autoassoluzione.

Per lungo tempo, il concetto di Täter rimase strettamente legato a ruoli di genere maschili. Nella memoria familiare, la responsabilità per i crimini nazisti veniva generalmente attribuita lungo la linea paterna, mentre le donne erano rappresentate come figure apolitiche o marginali. Il coinvolgimento delle madri nella violenza nazionalsocialista fu raramente tematizzato. Questa distribuzione della responsabilità, fondata sul genere, influenzò non solo le valutazioni giuridiche, ma anche i modelli interpretativi trasmessi alle generazioni successive.

Un risultato centrale delle ricerche più recenti sul coinvolgimento femminile nella violenza nazionalsocialista è il riconoscimento della pluralità dei ruoli svolti dalle donne all’interno dello Stato nazista. Esse emergono come responsabili motivate ideologicamente, come sostenitrici funzionali o come partecipanti strutturalmente integrate nei meccanismi di dominio e di violenza. Tali risultati mostrano l’insufficienza delle interpretazioni semplificanti. Lo studio della responsabilità femminile richiede approcci metodologici differenziati, capaci di rendere visibili specifici modelli di azione legati al genere, senza ricondurli a spiegazioni di tipo biologico.

L’integrazione delle donne responsabili dei crimini nella narrazione complessiva della violenza nazionalsocialista non rappresenta soltanto una questione di maggiore accuratezza storica, ma costituisce una condizione indispensabile per comprendere più a fondo la società dei responsabili e le sue dinamiche di funzionamento.

Bibliografia

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Gudrun Schwarz, “Die Frau an seiner Seite”. Ehefrauen in der “SS-Sippengemeinschaft”, in Mittelweg 36, 6, 1997, pp. 37-44.

Gisela Bock, Ganz normale Frauen. Täter, Opfer, Mitläufer und Zuschauer im Nationalsozialismus, in Kirsten Heinsohn, Barbara Vogel, Ulrike Weckel (a cura di), Zwischen Karriere und Verfolgung. Handlungsräume von Frauen im nationalsozialistischen Deutschland, Francoforte sul Meno, Campus, 1997, pp. 245-277.

Angelika Ebbinghaus (a cura di), Opfer und Täterinnen. Frauenbiographien des Nationalsozialismus, Nördlingen, Greno, 1987.

Susannah Heschel, Does Atrocity Have a Gender? Feminist Interpretations of Women in the SS, in J. M. Diefendorf (a cura di), Lessons and Legacies VI. New Currents in Holocaust Research, Evanston (IL), Northwestern University Press, 2004, pp. 300-324.

Claudia Koonz, Mothers in the Fatherland. Women, the Family, and Nazi Politics, New York, St. Martin’s Press, 1987.

Wendy Lower, Hitler. Complici e carnefici. La storia delle donne che appoggiarono la macchina omicida nazista, Milano, Rizzoli, 2020.

Elissa Mailänder, Amour, mariage, sexualité. Une histoire intime du nazisme (1930-1950), Paris, Éditions du Seuil, 2021.

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