Repressione da due fronti
Autore: Milan Spindler
La storia della Resistenza è inseparabile dalla repressione esercitata tanto dalle forze di occupazione tedesche quanto dalle istituzioni fasciste collaborazioniste della Repubblica Sociale Italiana (RSI). Tali misure venivano condotte sotto la denominazione di “lotta alle bande”. Il fascismo italiano aveva già maturato esperienze nella repressione del dissenso durante le guerre coloniali in Africa settentrionale e orientale, così come nelle campagne militari nei Balcani. Analogamente, la leadership militare nazista si era confrontata con la resistenza armata nei territori occupati, in particolare in Unione Sovietica e in Grecia. Come in quei contesti, anche in Italia i partigiani non furono riconosciuti come combattenti legittimi, ma classificati come “banditi”, una definizione che servì a giustificare la repressione sistematica.
Un elemento centrale di questa violenza fu il principio della rappresaglia, ispirato a una prassi militare non codificata ma largamente applicata: per ogni soldato tedesco ucciso, si prevedeva l'esecuzione sommaria di dieci prigionieri. Emblematico fu il caso dell’eccidio delle Fosse Ardeatine: il 23 marzo 1944, dopo un attentato contro un reggimento della polizia tedesca a Roma, Herbert Kappler, capo della polizia di sicurezza (Sicherheitspolizei), ordinò l’uccisione di 335 ostaggi – tra cui prigionieri politici, ebrei e cittadini arrestati in modo arbitrario. Lo stesso principio venne applicato nel massacro del Passo del Turchino, il 19 maggio 1944, quando 59 civili furono fucilati in risposta a un attacco partigiano contro soldati tedeschi.
I prigionieri venivano torturati, giustiziati o deportati nei campi di concentramento del Reich. I corpi dei fucilati erano spesso lasciati esposti in pubblico a scopo intimidatorio, e la popolazione civile veniva minacciata con gravi sanzioni se avesse tentato di seppellirli. Un episodio tristemente noto fu l’eccidio di Piazzale Loreto, il 10 agosto 1944, quando 15 partigiani furono fucilati a Milano da un reparto della Legione autonoma mobile “Ettore Muti”, su ordine della Sicherheitspolizei guidata da Theo Saevecke. I cadaveri furono lasciati esposti per diversi giorni.
Alla repressione parteciparono attivamente, sul versante tedesco, la Wehrmacht, le SS e la polizia di sicurezza (Sicherheitspolizei), impegnate sia nelle operazioni militari contro le formazioni partigiane in montagna, sia nella repressione poliziesca nei centri urbani contro gli esponenti dell’antifascismo. Sul fronte italiano, oltre alle forze di polizia della RSI, agirono le milizie fasciste, in particolare le Brigate nere, e reparti militari come la Decima Flottiglia MAS, responsabili di gravi violenze contro oppositori politici e civili.
I massacri contro la popolazione civile avvennero per lo più nel contesto della lotta alla Resistenza, le cui attività furono spesso utilizzate come pretesto per rappresaglie indiscriminate. Molti civili furono uccisi in esecuzioni collettive, sospettati – talvolta senza prove – di collaborare con i partigiani. Le unità coinvolte, sia tedesche sia italiane, agirono di fatto in totale impunità, anche quando furono coinvolti civili inermi. L’estate del 1944 rappresentò il culmine di questa ondata di violenza repressiva.
Tuttavia, queste azioni non raggiunsero l’obiettivo prefissato. Né nelle città né nelle campagne si riuscì a sradicare il movimento resistenziale o a "pacificare" i territori occupati. Al contrario, la brutalità delle repressioni spinse un numero crescente di giovani ad aderire alla lotta armata. Allo stesso tempo, molti uomini rifiutarono il servizio nelle forze di sicurezza della RSI, incaricate dell’attuazione delle politiche repressive.