La Resistenza senza armi
Autore: Milan Spindler
La Resistenza non si espresse unicamente attraverso le azioni armate. Molti individui contribuirono in altro modo all’indebolimento dell’apparato di controllo tedesco e fascista e ostacolarono l’opera di sfruttamento del territorio italiano.
Nonostante nei territori occupati lo sciopero rappresentasse un atto pericoloso, i lavoratori continuarono ad adottarlo come forma di protesta contro le condizioni socio-economiche e contro il dominio fascista. In questo contesto assunse particolare rilievo lo sciopero generale di Milano e Torino, svoltosi dal 1° all’8 marzo 1944, organizzato in gran parte dal Partito Comunista Italiano e al quale presero parte almeno 350.000 lavoratori. I risultati della mobilitazione furono disomogenei da regione a regione e da settore a settore, ma la stampa clandestina comunista lo celebrò come un successo di rilievo: fu infatti il più esteso sciopero dell’Europa occupata.
La protesta era diretta soprattutto contro il peggioramento delle condizioni di vita causato dallo sfruttamento dell’apparato industriale del Nord Italia a vantaggio della macchina bellica tedesca, e si esprimeva in rivendicazioni quali migliori razioni alimentari e aumenti salariali.
Con la loro chiara opposizione all’occupazione tedesca, gli scioperi di marzo rappresentarono un simbolo del crescente spirito di disobbedienza e di una progressiva politicizzazione del mondo operaio. Essi evidenziarono inoltre il ruolo rivendicato dal PCI nel promuovere la mobilitazione della classe lavoratrice, accanto alle brigate garibaldine, anche se in misura inferiore alle aspettative. Le autorità tedesche reagirono con estrema durezza: almeno 1.200 scioperanti furono arrestati, deportati al lavoro coatto o inviati nei campi di concentramento. Molti di coloro che sfuggirono alla repressione raggiunsero le formazioni partigiane, rafforzando così il collegamento tra resistenza civile e armata, e tra le città industriali e le aree montane.
Un’altra forma significativa di resistenza non armata fu rappresentata dal sostegno quotidiano offerto da ampie fasce della popolazione civile, in particolare nella raccolta e trasmissione di viveri, attrezzature e informazioni. Soggetti esentati dalla leva per motivi professionali – come insegnanti ed ecclesiastici – si occuparono di raccogliere e far pervenire al CLN informazioni sui movimenti delle truppe, sui depositi d’armi e sui punti deboli delle infrastrutture militari. Tali dati furono di grande importanza strategica per la pianificazione delle operazioni partigiane, specialmente quelle di sabotaggio.
La renitenza alla leva rappresentò una delle forme più evidenti di rifiuto dell’autorità esercitata dalla RSI. La maggior parte dei giovani cercò di sottrarsi all’arruolamento obbligatorio, spesso esponendo sé stessi e le proprie famiglie a rischi elevati. Le autorità fasciste reagirono con arresti e ricatti nei confronti dei familiari. Ciononostante, il numero di obiettori e disertori rimase elevato: molti di loro si unirono alle formazioni partigiane attive in montagna.
Una forma peculiare di resistenza fu quella attuata dagli Internati Militari (IMI): circa 600.000 soldati del Regio Esercito, catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, furono internati nei campi di prigionia del Terzo Reich. Essi rifiutarono in massa di aderire alla RSI o di arruolarsi nelle forze armate tedesche. Tale scelta ebbe un valore simbolico e politico-militare rilevante, in quanto privò la RSI di importanti risorse umane e delegittimò ulteriormente il suo già debole profilo internazionale.
Gli scioperi, la diffusione clandestina di informazioni, le obiezioni di coscienza e l’atteggiamento degli IMI testimoniano la crescente perdita di consenso della RSI all’interno della società italiana. In particolare, la classe operaia si allontanò progressivamente dal regime, nonostante i tentativi della RSI di recuperarla con una retorica antiborghese e proposte di socializzazione delle imprese. Gli scioperi del marzo 1944 e il massiccio rifiuto della leva militare dimostrarono l’insuccesso di questa politica.